FRANCESCO FALASCHI: Orientarsi nel mondo del cinema

Comprendere quali possono essere le origini di una professione non comune, quella di regista e di sceneggiatore; conoscere un mondo diverso, quello del cinema e delle professionalità che ruotano intorno ad esso è un’opportunità irrinunciabile se ad aiutarti a comprendere e conoscere questo mondo è Francesco Falaschi.

Regista, professore di lettere, sceneggiatore, critico cinematografico grossetano, vincitore del David di Donatello (1999 – sezione cortometraggi con Quasi Fratelli), molto legato alla terra in cui è nato, Grosseto e la Maremma, Francesco Falaschi si è lasciato intervistare da noi studenti dell’ISIS Fossombroni – classi 3^ e 4^ indirizzo Tecnico per il Turismo


Chi era Francesco Falaschi a 16 – 17 anni?

Ero uno studente di liceo, forse non particolarmente costante, ma avevo già una gran passione per la letteratura. Mi piacevano le storie e nella letteratura tutti possono trovare storie affascinanti. Ho letto molto e studiato a lungo, e questo mi ha dato una base culturale fondamentale per il lavoro che faccio oggi. Credo, infatti, che il regista non sia solo un tecnico, ma una persona che pensa, che riflette e che mette insieme idee, suggestioni e cultura.

Com’è nato l’interesse per il cinema?

La vera svolta è arrivata quando avevo 19 anni. Stavo studiando Lettere e un amico mi ha chiamato per partecipare alle riprese di un cortometraggio. Quell’esperienza sul set è stata decisiva: lì ho capito che il cinema era la cosa che volevo fare. Non davanti alla macchina da presa, ma dietro, come regista o autore o studioso. Da quel momento ho indirizzato i miei studi verso il cinema e ho iniziato a studiarne la storia e a realizzare i primi lavori.

C’è stato qualcuno che le ha detto: “ma lascia perdere!” Chi, invece, l’ha incoraggiata?

Nella mia vita nessuno mi ha mai detto di lasciar perdere, forse sono stato fortunato! Al contrario, sono sempre stato incoraggiato, soprattutto dalla mia famiglia. I primi premi vinti con i cortometraggi, e in particolare il David di Donatello per Quasi fratelli, mi hanno aiutato a essere preso più sul serio anche dai produttori. Non avendo agganci nel mondo del cinema, una delle mie qualità principali è stata la cocciutaggine, che mi ha spinto a non mollare e a continuare a studiare e sperimentare.

Come si diventa regista?

Non esiste una sola strada per diventarlo. Come dicevo prima, avere una buona base culturale che sviluppa sensibilità verso le varie espressioni artistiche (fotografia, musica, scrittura, recitazione etc.) è il punto di partenza. Inoltre, è importante frequentare un corso universitario, oppure una scuola specifica, in cui si può entrare in contatto con quasi tutte le arti coinvolte, ma anche sperimentare i mestieri che ruotano intorno al cinema, fare gavetta, entrare nelle troupe e fare tanta pratica, soprattutto realizzando cortometraggi. Ogni esperienza è utile: anche da insegnanti o scuole che non ci convincono del tutto possiamo imparare qualcosa, capendo come noi NON vorremmo lavorare.

Insomma, musica, letteratura, scrittura, fotografia, come le tiene tutte insieme?

Il cinema è una sintesi di tante discipline, e io ho sempre cercato di frequentarle tutte: scrittura, fotografia, musica, letteratura. Tutto quello che avevo fatto prima, a un certo punto, ha trovato una sua unità nel cinema. È come se i puntini si fossero uniti naturalmente. Aggiungo inoltre, tutti i mestieri, come il montatore, il tecnico del suono, il tecnico delle luci, il lavoro di macchinisti, costumisti, make-up artists, parrucchieri, sound designer, fonici etc… ce ne sono moltissimi. Il cinema è una vera e propria orchestra, con moltissimi elementi!

Quali sono i suoi generi preferiti?

Mi sono sempre sentito vicino al cinema d’autore, ma anche alla commedia e a quei film che non rientrano in un genere preciso. Sono stato influenzato da registi come Wim Wenders e da autori americani capaci di cambiare stile da un film all’altro (esempio Jonathan Demme). Col tempo ho sviluppato un forte interesse per la commedia drammatica, conosciuta come “dramedy”, dove c’è sempre uno sfondo sociale e umano.

Quali sono le risorse imprescindibili per ottenere un buon “prodotto cinematografico”

Per me gli attori sono fondamentali (ed anche i più costosti!); insieme alla sceneggiatura rappresentano la parte più importante di un film di finzione. Nel corso degli anni ho avuto un buon intuito nella scelta degli interpreti e ho lavorato con attori come Pierfrancesco Favino, Valerio Mastandrea e Marco Giallini quando ancora non erano famosi. Gli attori sono la materia viva del cinema e per questo li considero imprescindibili.

Com’è una giornata tipo sul set?

Il regista, secondo me, è come un direttore d’orchestra. Sul set tutti ti fanno domande: il direttore della fotografia, lo scenografo, i costumisti, gli attori. Devi avere una visione d’insieme e guidare una troupe complessa. Le giornate sono lunghe, spesso oltre dieci ore (!!!), e le scene vengono ripetute molte volte finché non si raggiunge il risultato desiderato.

Ci sono aspetti che ama di più e che ama di meno nel suo lavoro?

Le parti che amo di più del mio lavoro sono la scrittura, le prove con gli attori, il contatto con il pubblico e i festival. Le fasi più dure – a causa dei lunghi tempi tecnici – ma comunque belle, sono invece le riprese e il montaggio. Quello che trovo anche bello in questo mestiere è che non è mai ripetitivo. Mentre la sensazione di dover ricominciare sempre da capo, che spesso coglie i registi durante le varie fasi della lavorazione, è forse quella che mi pesa di più.

Ha parlato di scrittura, i suoi film sono sempre il frutto della sua scrittura o lavora anche con sceneggiature di altri?

Last Minute Marocco è stato l’unico film che ho girato su commissione, ed è stato un caso particolare nella mia carriera. In generale, preferisco lavorare sulle mie storie, che scrivo affiancato spesso da persone che conosco da sempre come Alessio Brizzi, Stefano Ruzzante, Filippo Bologna etc. Credo che il cinema debba nascere da ciò che sentiamo davvero il bisogno di raccontare.

Locandina del film Las minute Marocco
Quindi film come “Emma sono io”, “Quanto basta” e “Ho tutto il tempo che vuoisono sceneggiature firmate anche da lei. Come nasce l’interesse per la diversità soprattutto quella legate ai disturbi mentali?

Ritengo che non è tanto la diversità in sè che mi attrae, quanto le storie che si snodano tra le persone: quelle che sono affette da una qualche patologia e coloro che gli ruotano intorno. Penso che queste storie fanno parte della vita di tutti, direttamente o indirettamente. Ho lavorato molto nella scuola, ma anche sul territorio, dove, fortunatamente, si è sviluppata una rete di sostegno verso la disabilità, anche quella legata al disturbo mentale, che mi ha dato la possibilità di scoprire la ricchezza interiore delle persone affette da questo genere di patologie. Da lì il passo per costruire storie, non necessariamente tratte da casi reali (e qui sta la forza della scrittura) è stato molto breve; e poi le magnifiche interpretazioni come quelle di Luigi Fedele o Cecilia Dazzi hanno fatto il resto.

Se non fosse diventato regista cosa pensa avrebbe fatto?

Se non avessi fatto il regista, mi sarebbe piaciuto diventare enologo (eh!), oppure fare l’insegnante. In realtà l’insegnamento ha fatto parte della mia vita: ho insegnato per molti anni e insegno tuttora in una scuola di cinema a Grosseto insieme al Professor Alessio Brizzi. Insegnare mi ha dato anche una certa libertà, permettendomi di scegliere i progetti cinematografici in cui credevo davvero.

Che consiglio darebbe  a chi oggi vuole intraprendere un percorso simile al suo?

Il mio consiglio è di partire sempre dalle idee, di formarsi in base alle proprie inclinazioni e di raccontare storie che parlino a tante persone.

Conclusione

Ci è piaciuto moltissimo parlare con Falaschi! Volevamo capire quale fosse la formula del suo successo. Come si fa ad arrivare a svolgere con soddisfazione una professione particolare come quella di regista. E alla fine abbiamo isolato questi elementi: ls passione, che alimenta la tenacia; la sensibilità verso varie forme d’arte e soprattutto verso le storie, quindi verso gli altri, l’amore per le sue radici, l’amicizia.

Condividere la propria passione con gli amici di sempre, che sono diventati fidi collaboratori, in una terra, quella di Maremma, dove queste passioni e relazioni si sono sviluppate e che è diventata molto spesso set dei suoi film più riusciti come in “C’è un posto nel mondo“, il più recente, oppure in “Emma sono io”.

Cinema e territorio: il Monte Amiata e i suoi borghi
film di Francesco Falaschi

Non certo ultima la famiglia, sia quella di origine che quella che si è costruito, che dalle parole del nostro protagonista rappresenta un costante supporto e invito a fare sempre meglio.

Stimolante la storia di questo regista che è riuscito a “unire i puntini” tra varie forme d’arte e che ci ha aiutati a capire come non esista l’arte, bensì le arti; e che la settima arte, in particolare, riesce a tenere tutte queste insieme.

Ringraziamo infine il Prof. Alessio Brizzi (docente di Storia dell’arte e Territorio e sceneggiatore), che ci ha messo in contatto con Francesco Falaschi, la scuola ed i docenti che ci hanno permesso di realizzare l’incontro on line

Articolo realizzato con il contributo di:

Wisal Frimane e Ginevra Vitale per la ricerca immagini e realizzazione copertina

Fatima Diagne per trascrizione sul blog degli appunti nella struttura di intervista pubblicata e scrittura introduzione

Armando Keci e Gaia Morska per la scrittura delle conclusioni

Lorenzo Vannucci e Wisal Frimane per l’intervista on line

Rachele del Dottore per la registrazione dei contenuti dell’intervista

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